Raoul Gilioli

Raoul Gilioli

Raoul Gilioli è torinese — e come molti torinesi porta nel lavoro quella tensione silenziosa tra rigore e immaginazione, tra la forma che tiene e la forma che cede. Ha cominciato dove la maggior parte dei designer non finisce mai: negli spazi pubblici. Installazioni, public art, monumenti che chiedevano alle persone di attraversarli invece di guardarli da fuori. Nel mezzo, un apprendistato nello studio Van Kooj a Rotterdam, il lavoro con il metallo, la scoperta che la differenza tra un oggetto banale e uno necessario sta in un millimetro di intenzione — e che quel millimetro si impara solo con le mani. Poi è entrato nelle case. Non è stata una decisione: è stata una gravità. Dal corpo della città al corpo domestico, dalla soglia collettiva alla soglia privata — che è in fondo la più difficile da abitare bene, perché non ha alibi architettonici. Ti assomiglia anche quando non vuoi che ti assomigli. I critici hanno scritto di lui che i suoi lavori «trasformano gli oggetti in soggetti» — non giocano sulla distanza tra l'immagine e la realtà, ma la attraversano, cambiandone il significato. È una definizione che vale per i pezzi esposti nelle gallerie quanto per quelli che abitano le case dei suoi clienti. Insieme a sua figlia Sofia ha sviluppato le collezioni Boundary Objects e Wooden: oggetti nati sul confine tra il pezzo dimenticato e il pezzo necessario, tra il mobile stanco e l'architettura domestica nuova. Oggi lavora su quella soglia — tra il progetto e la vita che ci si conduce intorno. Un metodo che non parte dal gusto ma dall'ascolto, dallo sguardo, dalla capacità di vedere ciò che uno spazio dice di chi lo abita, anche quando chi lo abita ha smesso da tempo di ascoltarlo. «Progettare non è aggiungere. È sottrarre fino a quando rimane solo ciò che non può mancare.»


Pubblicazioni

I libri di Raoul Gilioli

Codice Design

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